Tra tutte le tecniche, nikyo ura è quella di più immediata comprensione e applicazione.
Prendete due persone che non hanno mai praticato Arti Marziali, mettetele una di fronte all’altra e dite a una di afferrare il polso dell’altra, incrociando la presa. Mostrate alla persona afferrata come avvolgere il polso di chi ha di fronte: mignolo, anulare, medio che avvolgono in una spira il polso. E mostrate come l’indice vada a “tagliare” verso l’ascella.
In meno di cinque minuti -volendo essere larghi- vedrete sul loro volto un mix di espressioni di incredulità e di compiacimento.
Far provare l’efficacia di un principio così potente quanto semplice è, di solito, uno degli elementi decisivi nel dimostrare a chiunque che il metodo insegnato non è basato su aria fritta.
Funziona in un Dojo, funziona ancora più quando di fronte hai una platea di persone che aderiscono a iniziative sulla cultura della difesa responsabile e dei diritti. Un pubblico di solito femminile e pertanto molto attento a subodorare da lontano cialtronerie e a starsene -giustamente- alla larga.
Lungo l’avventura di una persona in una disciplina marziale, c’è un segmento significativo in cui il praticante si muove, agisce -e spesso tratta i compagni- come una marionetta. Non è un qualità negativa -né positiva. È il requisito per imparare a muoversi secondo le geometrie tipiche della disciplina stessa e che aprono didatticamente alla comprensione dei principi che nutrono le tecniche.
Ne “Le avventure di Pinocchio”, Carlo Collodi ha regalato al mondo un capolavoro senza tempo. La storia della trasformazione di Pinocchio da marionetta a bambino attraverso mille gustosissimi quanto profondi passaggi. Una traiettoria che parte da un’esistenza guidata dagli impulsi del momento ad una vita guidata dalla consapevolezza, dalla responsabilità e dall’amore.
Il praticante medio di Aikido, cintura bianca o nera che sia, non è molto diverso. Per dargli un nome che sia in linea col paragone più illustre lo chiameremo Pinikyo.
Le avventure di Pinikyo iniziano un po’ prima della pratica sul tatami. Iniziano quando decide di iscriversi ad un corso di Aikido. Quasi mai le motivazioni delle origini coincidono con le stesse motivazioni del momento presente. Passano gli anni e le prospettive si modificano, spogliandosi o arricchendosi, esattamente come succede nel corso delle stagioni con la natura.
Agli inizi, Pinikyo si muove come un pezzo di legno ma nonostante o proprio grazie a ciò, è vivace e curioso. Fa un sacco di domande. A volte si lancia in spiegazioni lunghissime e complicatissime ai suoi compagni, soprattutto se ha già sostenuto uno o due esami di cintura.
Questo perché Pinikyo è impulsivo, è attratto da ciò che fa e vuole sinceramente arrivare fino in fondo ma non ha granché piacere di mordere il freno e di accettare la fatica. È incredibilmente attratto dalla libertà che la pratica gli svela: scopre che si può vivere lo stesso una vita di lavoro e di relazioni anche se ci si concede qualche ora per sé, al di fuori delle routine richieste dalla società.
Allo stesso tempo, Pinikyo confonde la libertà con la possibilità di fare tutto ciò che vuole e che desidera. Per fortuna Pinikyo ha un corpo, che gradualmente scopre essere fatto anche di articolazioni, carne ed ossa. Un corpo che non regge alla sua anarchia e alla sua distrazione. Così ogni tanto, siccome Pinikyo “pensa”, durante una tecnica ricevuta, il corpo gli manda inequivocabili messaggi, vere e proprie spie che segnalano qualche lacuna. Manca la presenza, manca la consapevolezza e l’allenamento del gesto.
Inevitabilmente -e lo sanno bene gli insegnanti- Pinikyo si lascia sedurre da infinite distrazioni e, più che disobbedire, spesso fugge dalle responsabilità verso se stesso. E verso gli altri.
Questo succede in infinite forme ma gli schemi comportamentali non sono poi così vari. C’è chi intravede la possibilità di cambiamento delle proprie abitudini ma teme di dover cambiare. C’è chi si blocca prima di un esame perché in fondo il fallimento è un’esperienza già vissuta a cui si è tutto sommato sopravvissuti e il successo apre scenari nuovi, in cui compaiono nuove responsabilità.
C’è chi ti dice che dopo due anni ha già preso quello che c’era da prendere e parte per un turismo esperienziale che passa attraverso infiniti sport da combattimento, esperienze pseudospirituali. C’è chi proprio non ti dice niente e se ne va -ma questo è atteggiamento statisticamente più agito dai genitori dei bimbi, che vengono così greggificati e spostati da un’esperienza ad un’altra, con l’ovvio insegnamento implicito che qualsiasi esperienza sia accessibile, identica alle altre. Come al supermercato, a condizione di avere una carta di credito senza limiti.
Tutti siamo Pinikyo e le ribellioni e le fughe che avvengono pur rimanendo nel gruppo non sono meno potenti e meno impattanti di chi a un certo punto prende e se ne va.
Il nostro caro Pinikyo crede di andare ad allenarsi per completare un percorso di apprendimento tecnico. Ed è vero. La tecnica è una parte indispensabile della pratica. Ma se tutto si esaurisse nell’apprendimento dei movimenti, avremmo perso la parte più importante del viaggio.
Quindi, attraverso gli errori tecnici e relazionali, gli incontri e le varie difficoltà che affronta, Pinikyo affronta un percorso di crescita interiore. Senza sapere come, ma non senza fatica, impara gradualmente ad ascoltare, a distinguere.
Imparando ad attaccare apprende il valore di una promessa. Applicando una tecnica in modo deciso ma rispettoso dell’integrità propria e dei propri compagni, impara il valore della scelta e quindi della cura.
È una trasformazione che non avviene attraverso una magia o frequentando gli insegnamenti del guru di turno in un singolo seminar. È l’esperienza, unita alla capacità e alla volontà di cambiare.
Pinocchio diventa definitivamente bambino quando inizia ad impegnarsi concretamente per aiutare Geppetto. È la disponibilità al sacrificio, al lavoro, a cogliere l’amore di Geppetto e a rispondere ad esso con l’amore di un figlio che trasforma una marionetta volubile in un bambino che è maturato attraverso l’esperienza e quindi capace di essere davvero un bambino.
Per smettere di essere Pinikyo e diventare un praticante capace di divertirsi e crescere come un bambino, l’aikidoka medio deve fare più o meno lo stesso. Ed è proprio per questo che in fondo molti scelgono, nell’Aikido e nella vita, di rimanere nella comoda condizione di marionette. In fondo essere manovrati da fili più o meno visibili ci consente il lusso di non vedere se esiste un’altra dimensione.
Non una dimensione in cui la marionetta, spinta da pretese più o meno anarchiche, taglia i fili. Perché resta comunque sempre una marionetta, convinta di muoversi mentre sta ferma per terra nel suo angolo.
Ma una nuova dimensione in cui scoprire che da sempre abbiamo un cuore di carne che batte sotto una scorza che abbiamo permesso che diventasse di legno.
Disclaimer: Foto di Florencio Rojas da Pexels
